Scrittrice / Writer

Gli Inavvicinabili

Quella notte la luna piena era un grande occhio luminoso. Impettita, dominava nel cielo con baldanza. Vegliava sull’oceano della foresta sottostante e ogni suo abitante.

Il tam tam dei tamburi che scandiva le danze tribali andava verso l’alto ritmando l’inno in omaggio all’immensa palla lucente che squarciava le tenebre. Grandi fuochi erano accesi al centro di ogni villaggio, mentre i canti sarebbero continuati sino all’alba del giorno dopo.

Soltanto una vasta area attigua al fiume Ebola taceva, avvolta da un silenzio inquietante. La tribù vicina al corso d’acqua era sgomenta, e tremava nell’incertezza che una sciagura fosse calata sulla propria gente. Non vi era niente di più sconvolgente per il popolo bantu del sapore amaro del maleficio e in quel momento ogni abitante lo pensava.

Erano in molti ad assistere al rito. Altri ancora stavano camminando sui sentieri di foresta per raggiungere il luogo della maledizione.

Prima di quella notte, i capi avevano comunicato del pericolo avvenuto, lasciando correre di villaggio in villaggio i messaggeri.

Ora, ogni convocato stava guardando con terrore gli occhi spalancati delle vittime. I corpi esanimi di due cacciatori giacevano a terra. Era difficile credere che uomini capaci di sopravvivere nei luoghi più isolati della foresta se ne fossero andati senza una motivazione apparente. Eppure erano lì distesi, privi di vita. Shannon sollevò la testa dal taccuino, guardando intenta davanti a sé. I capelli ramati splendevano ogni qual volta il bagliore del focolare poco distante raggiungeva il suo nascondiglio.

Il caldo era opprimente e lei desiderò raccogliere la chioma in una coda, ma non si mosse. Accanto a lei anche Mpiki non fiatava. L’amica, non più alta di un metro e trenta, aveva la pelle mulatta e occhi scuri. Nonostante la piccola statura era già un’adulta, lo confermava il tatuaggio sul braccio che indicava la maturità sessuale e dunque la disponibilità al matrimonio.

Le due giovani erano celate nel buio a distanza dal raduno. Shannon sorrise a Mpiki cercando di rassicurarla, ma l’amica le restituì uno sguardo preoccupato. Mpiki apparteneva ai Baka, le sue genti come il suo clan venivano tormentate dalle tribù bantu. Per sfuggire alle persecuzioni, numerosi pigmei erano costretti a migrare dalla foresta verso i centri abitati dei bianchi, accettando di lavorare come contadini. Uno sradicamento dalle tradizioni che il clan di Mpiki non aveva conosciuto. Sopravviveva grazie a continui spostamenti nell’entroterra del Congo tra il Mongala e gli affluenti. Ora lo spazio vitale che occupavano dava sostentamento ai sessantadue membri del clan. Essi avrebbero rispettato le leggi dei confini evitando di entrare nel territorio altrui. Cercare lo scontro deliberato non apparteneva al vivere dei Baka. Perciò la presenza di Mpiki in quel luogo con Shannon contrastava tutte le loro regole.

La pigmea fissò implorante gli occhi di Shannon mostrandole le paure che provava, ma lei, in tutta risposta scosse la testa caparbia.

«Non adesso Mpiki, non dopo tutta la strada che abbiamo percorso.» il suo dialetto Diaka era incerto, ma Mpiki capì bene. Shannon lo parlava da poco e lo aveva imparato frequentando l’amica.

Mpiki abbassò il capo ricciuto al suolo rifiutandosi di guardare oltre la barriera di folto. Shannon capiva i suoi timori, ma non avrebbe rinunciato a un evento atteso da mesi.

Fissò con gli occhi bruni la capanna dello stregone e ricominciò a scrivere con frenesia. Cercava di non perdere nessun particolare, ma la mano tremava per l’emozione e dovette cancellare alcune righe illeggibili prima di rifarle.

I Bantu accettano la morte come un fatto naturale, senza paura: i vecchi muoiono di stenti, i bambini di malattie, perché troppo deboli, e gli uomini più forti e resistenti a tutto se ne vanno sempre con fierezza. Per questa gente ogni cosa sembra avere uno scopo, una spiegazione nascosta. Ma questa volta tutti sono convinti che la morte dei cacciatori sia espressione di qualche maleficio. In questi casi ricorrono all’aiuto dell’uomo che detiene il potere, il Nganga, colui che attraverso il proprio corpo è in grado di parlare agli spiriti, mettendo in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. L’unico capace d’intervenire in una situazione del genere.

Ora sono radunati attorno alla sua capanna, a rispettosa distanza.

All’improvviso lo stregone comparve dall’apertura rettangolare e il mormorio salì in risposta al timore reverenziale che la misera figura incuteva. Lo stregone si volse verso i capi dei villaggi, seduti ognuno al proprio trono di legno senza schienale. Questi lo guardarono con rispetto e gli fecero cenno di proseguire verso la gente.

Shannon sorrise stupefatta stirando le labbra delicate mentre lo guardava: impugnava un sottile, ma robustissimo bastone che lo superava in altezza di tre spanne. Il corpo raggrinzito dagli anni aveva pelle così cadente da sembrare mummificata.

I braccialetti di metallo che portava ai polsi ed alle caviglie luccicavano riflettendo le fiamme del focolare acceso al centro dello spiazzo. Sottolineavano l’indiscutibile autorità.

Il piccolo uomo sprigionava tensione e Shannon capì che nessuno avrebbe osato contrastarlo.

La folla raccolta dall’altra parte del fuoco lo fissava con occhi spalancati. Nessun movimento. Alti e statuari erano illuminati dalle danze delle fiamme.

Iniziò a parlare a loro esordendo con esagerate movenze delle braccia. La voce flautata gli soffocava in gola arrivando quasi a spegnersi se i gesti aumentavano troppo. Quando alzava il tono strideva e il bastone batteva a terra scuotendogli le collane e i medaglioni lucenti dal petto. La testa, quasi calva, sottostava a una corona di morbide piume che aleggiava ad ogni suo passo, come lo sfoggio vanitoso del pappagallo.

«Lubuku» con cipiglio severo osservò con calma qualsiasi nemico osasse sfidarlo «Lubuku!»

Il mormorio fu sonante e immediato e anche Shannon iniziò ad agitarsi, ma senza capire ciò che stava avvenendo. Non comprendeva il linguaggio bantu e tantomeno il dialetto di quella tribù che pochissimi avevano tentato di studiare. Gli “Inavvicinabili”, come li chiamava William Mac Millan, suo marito, si mostravano reticenti ai contatti con l’uomo bianco.

William, famoso antropologo, avrebbe atteso con discrezione il momento opportuno per inserirsi, giorno dopo giorno nella loro vita. Più impaziente del marito, lei era lì come un’usurpatrice di segreti nascosta nel buio come una ladra. Ma le tradizioni ancora integre di quel popolo erano un’attrazione irresistibile. Ripensò agli studi di lui che l’avevano appassionata e al giorno che lo implorò di portarla con sé.

«Come puoi farmi una proposta del genere, Shannon? Non pensi alle nostre figlie?»

Ricordò ancora il volto incorniciato dalla capigliatura leonina: i capelli biondi che gli sfioravano le spalle e i lunghi baffi che si perdevano nel folto della barba. L’aveva fissata con gli occhi colore miele, preoccupato.

«Le nostre figlie saranno seguite dalle balie. Saranno pochi mesi. Lasciami venire con te, questa volta soltanto» Shannon, uno spirito libero e irrequieto quanto quello di William.

«L’Africa non è come la Scozia, e non vorrei mai che capitasse qualcosa di spiacevole. Non potrò seguirti in ogni momento e non starei tranquillo»

«Baderò a me stessa, dimentichi che sono un’infermiera, so affrontare certe situazioni, se capita. Oltre a questo, potrei esserti più utile di quanto tu immagini: ricordi quanti uomini hai perso nell’ultima spedizione? E anche tu potresti avere bisogno della mia assistenza» Shannon sapeva di aver colpito nel segno, rammentandogli la necessità di un supporto medico. Addentrarsi in Congo senza qualcuno che potesse curare dissenterie, infezioni e malaria, o prevenire rischi inaspettati, poteva significare mettere a repentaglio la propria vita e quella degli altri.

Dopo lunghi giorni d’incertezza,William aveva acconsentito.

«Va bene Shannon, potrai venire. Ma non mi seguirai nelle escursioni dell’interno, rimarrai all’accampamento. Siamo d’accordo?» poi era diventato serio e da un cassetto della scrivania aveva estratto una catenella d’argento.

«D’ora in avanti desidero sia tu a indossarla»

Shannon aveva raccolto tra le mani il gioiello col pendente a forma di zanna.

«Mi ha sempre accompagnato nei viaggi» e gliela mise al collo.

«Come sai non sono un uomo di fede e non credo in nessun tipo di magia, ma l’anziana che me la diede era una donna straordinaria. Nel villaggio curò molte persone soltanto con erbe preparate da lei. Come se la fortuna l’avesse scelta ed eletta a protezione della propria gente. Perciò, ora indossa tu questa collana» abbracciò la moglie con dolcezza e aggiunse.

«Molti antropologi hanno un portafortuna. Questo è stato il mio per diverso tempo. Spero ti protegga»

D’un tratto lo stregone alzò le braccia esili al cielo e scosse in aria il bastone più volte, raccogliendo l’attenzione di Shannon. Lei afferrò la penna e la intinse nel calamaio che aveva con sé, pronta a documentare ogni cosa.

Dal mucchio di gente uscirono due giovani donne coi seni abbondanti. Le vide correre verso il Nganga, chine, perché erette in piedi, lo avrebbero sovrastato ancor più del suo nodoso bastone.

Arrivate a poca distanza da lui gli strisciarono di fronte, inginocchiandosi al suo cospetto ed evitando di guardarlo negli occhi. Abbandonarono a terra alcuni rametti di vari colori, qualche corno di animale e strane statuette a figura umana con una cavità in testa. Il vecchio stregone ne prese una e ripose qualcosa nella cavità, ma Shannon non poté vedere. L’alzò in aria con una mano ed esclamò:

«KAPINGU!»

Neanche incitandoli ad una battaglia imminente avrebbe sortito lo stesso effetto: gli uomini iniziarono a spingersi accusandosi a vicenda. Alcune donne spaventate fecero per andarsene, ma furono trattenute in mezzo al gruppo. Tutti quanti erano agitati fino a quando il Nganga non posò a terra il Kapingu. In quel momento il silenzio tornò a regnare e l’unico rumore, per alcuni secondi, fu quello del tintinnare delle collane dello stregone. Per un istante anche Shannon, dal proprio posto, rimase incantata a fissarne il luccichio. Poi, lui iniziò a parlare con voce piatta; borbottava tra sé un cupo monologo, ruotando attorno al feticcio di legno, trepidando come un avvoltoio affamato sulla carcassa.

Le rivolge delle domande, e dopo averla colpita col bastone attende, ma cosa?

Lo osservò con attenzione e si accorse che nonostante le movenze frenetiche e i colpi inferti alla statuetta nulla era cambiato. Ad un certo punto cadde a terra.

Nessuno osò avvicinarsi: il rituale era in corso.

La delusione di Shannon sarebbe stata grande se non avesse notato una velata espressione soddisfatta nel volto dello stregone. L’intuito le suggeriva che qualcosa stava per accadere.

Lo vide mettersi seduto e annuire con aria saputa alla gente. Decine e decine di occhi spalancati erano fissi sull’esile corpo ricoperto di piume e collane. Nessuno fiatava. Rimanevano immobili, imprigionati nel timore reverenziale.

Rito magico? Divinazione? Non è possibile capirlo con chiarezza.

Il vecchio si rimise in piedi e chiacchierò a lungo muovendo le labbra carnose, l’unica parte gonfia del corpo cadente. La pelle del collo tremava ad ogni parola. Iniziò a puntare a caso il bastone verso il muro di persone che lo attorniava.

La gente ricominciò a mormorare sempre più forte; i toni del Nganga si fecero accusatori e in quel momento Shannon capì che stava scegliendo fra loro. Iniziò a rabbrividire, ripensando ai libri di antropologia che aveva letto, all’insaputa di William dalla sua biblioteca.

Parole scomposte le vorticarono nella mente, intrecciandosi in pensieri confusi.

Magia nera, riti propiziatori, sacrifici.

Non voleva credere che tali eventi avvenissero ancora. Il soffio gelido del dubbio le sfiorò la schiena facendola rabbrividire.

La confusione era generale e la gente non si era accorta che qualcuno era arrivato aggiungendosi alla folla. Nemmeno Shannon li aveva visti. Silenziosi come serpenti erano sgusciati chissà da dove e adesso troneggiavano dietro al Nganga.

Immobili.

Alle sue spalle i sei uomini erano figure possenti e creavano una barriera protettiva dietro al vecchio che non si era neppure girato a guardarli, sapeva che erano lì al suo volere e questo bastava. Chiamò al cospetto alcune anziane del villaggio e dopo averle istruite, lasciò che girassero tra la gente atterrita. Queste correvano da tutte le parti in cerca di qualcosa, saltellando curve sulle gambe scheletriche, mentre i seni privi di vita sbatacchiavano sulla pancia gonfia come un frutto maturo.

Erano così orrende da ricordare le streghe delle fiabe, in effetti non c’erano tante differenze. Volto scarno e addome sporgente erano imbiancati, mentre la pelle sottostante era butterata da linee tatuate. Braccia e gambe dipinte in tutta la lunghezza con cerchi bianchi contrastavano sul fondo della pelle scura, tanto da sembrare quattro serpenti corallo che si dilungavano con sinuosa scioltezza dal tronco del corpo. L’aspetto grottesco e allo stesso tempo terrificante non lasciava dubbi sul ruolo che rivestivano.

Le grida di una donna squarciarono il silenzio e la gente si agitò facendo spazio, mentre le vecchie la trascinavano fuori dalla folla. Era una giovane con due bambine fasciate addosso. Una dietro e l’altra davanti. Gliele presero, rivelandole così allo stregone. Le gemelle scalciavano fiduciose, mentre le vecchie le sollevavano in aria tenendole con le braccia ossute. Le mostrarono alla folla che esplose disapprovando. Sdegnati, alcuni di loro isolarono la madre allontanandosi da lei.

Shannon rimase immobile bruciando d’ira mentre guardava le streghe trascinare via la giovane con le sue bambine. Avrebbe voluto lanciarsi là in mezzo per fermarle, ma una parvenza di ragione la trattenne, facendola sentire ancora più impotente.

Era sola.

Il cuore le batteva in gola tutta la frustrazione che provava. Desiderò che William e i suoi uomini fossero lì.

Gettò lo sguardo al Nganga e i guerrieri che lo spalleggiavano, odiandoli con tutte le forze. Per un attimo non notò nulla. Con la mente ancora annebbiata dalla rabbia rimase a fissarli irrigidita, ma il tumulto del cuore le tolse il respiro.

Uno di loro la fissava, sorridendo.

S’immobilizzò, incerta se lui la stesse vedendo davvero, o fosse un’impressione. Da quel punto era impossibile capirlo, e niente, nei suoi modi lasciava trapelare un imminente pericolo tranne che per quegli occhi neri puntati addosso. Evitò di volgersi all’amica silenziosa, per paura di leggerle nello sguardo ciò che temeva: Mpiki sapeva percepire le situazioni molto meglio di chiunque.

Guardò ancora l’uomo, incerta. Sovrastava in altezza i compagni, le spalle possenti erano dritte e il mento sollevato in alto, superbo gli conferiva un aspetto regale. Era di certo il loro capo. Il volto forte rimaneva assorto con un’espressione sorridente come se qualcosa avesse rapito la sua curiosità. Poi, dal nulla, un ghigno terribile gli trasformò i lineamenti.

Shannon avvampò. Cercò di afferrare il taccuino che le era caduto e soltanto allora vide il ciondolo d’argento che portava al collo penzolarle fuori dalla camicia. Guardò con aria stralunata quell’ornamento che suo marito le aveva donato in Scozia prima di partire, senza capire perché lo stesse fissando. Poi vide i riflessi: piccole schegge metalliche di luce che si accendevano baluginando nel buio.

Era stata scoperta?

Non ne era certa, ma non poteva più aspettare. Strisciò all’indietro lanciando un ultimo sguardo ai guerrieri. Quello alto non la fissava più, ma il compagno al suo fianco era scomparso. Cercò ovunque, tra la folla e dietro alle capanne.

Dov’era finito?

Con gli occhi appannati dalla paura si girò a cercare Mpiki, che si trovava già dieci passi più indietro, in piedi, pronta a scattare. La guardò e lesse il terrore nel volto dell’amica.

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