Scrittrice / Writer

Incipit

Dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire, cioè la produzione degli animali superiori. Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione di vita, con le sue diverse forze, originariamente impresse dal Creatore in poche forme, o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi.
Charles Darwin (1809 – 1882)

 

                                                                          PROLOGO
Congo 1940
Ebola serpeggiava lungo il tunnel.
L’oscurità era profonda e il silenzio della foresta assoluto. Uno schiocco spezzò la calma. Echeggiò più volte, sino a raggiungere le mangrovie della riva, molto più distanti. Di colpo le rane tacquero, gettandosi in acqua dai rami flessuosi. Il buio di pece aveva di nuovo soffocato tutti i rumori. Gli occhi frenetici delle scimmie, tra gli alberi, scrutavano l’oscurità, cercando qualcosa che ancora non si vedeva.
Ebola era nato lì. Affluente centrale di tre corsi d’acqua che si tuffavano nel Mongala, lo gonfiavano fino al maestoso Congo, padre di tutti i fiumi. Dagli altipiani sino a valle si facevano strada per poi scomparire sotto le chiome degli alberi.
Poco lontano, alcune ombre avanzavano rapide come un’illusione verso il fiume. All’improvviso foglie e rami esplosero. Tra i resti che cadevano a terra, il primo dei fantasmi comparve in tutta la sua altezza.
Fermo, in piedi, guardava attorno, mentre il petto nudo si sollevava, spinto dagli ansiti della corsa. Strinse il machete con la mano scivolosa. Dietro di lui ne apparvero altri. Neri come la notte.
Ripresero la corsa scavalcando gli ostacoli senza esitare. I corpi grondanti ignoravano le sferzate del fogliame sulla pelle. Giunsero sulla riva spazzando a colpi di lama, rami, radici e tutto ciò che tentava di rallentare la loro avanzata. Fiancheggiarono il fiume senza uscire troppo allo scoperto. Coperti solo da un perizoma in pelle, si diressero verso il punto concordato. Aggirarono lenti un gruppo di tronchi. Sinuosi come il corpo di un mamba, misero in pausa il loro fervore, acuendo i sensi da cacciatori. Ma un passo falso di uno di loro frantumò un ramo. Il capofila gli puntò il machete alla gola, subito. Non importava quanto rumore avessero fatto sino a quel momento, ora erano troppo vicini per commettere errori. Il capo era il più alto e i muscoli del petto pulsavano, sollevando il torace di tre dita. Affondò la lama nella gola fino a inciderne la pelle. L’uomo soffocò un gemito. Un cenno perentorio fece proseguire gli altri oltre il compagno ferito. Questi non esitò. Nessuna debolezza era permessa, nessun lamento e quindi si affrettò a mantenere il passo.
La boscaglia bassa indicava che erano vicini. La superarono e arrivarono agli arbusti sulla riva. Si abbassarono e andarono carponi verso l’acqua. Il fiume era a qualche metro. Acquattati e pervasi da un’ira antica come i loro antenati, restarono in attesa per qualche istante.
Il più alto prese un vaso di terracotta dalla sacca a tracolla e ci ruggì dentro, modulando il tono. Il verso risuonò simile a quello del leopardo creando scompiglio tra gli alberi. La fuga delle scimmie fu rapida e disordinata. Poi, soddisfatto, l’uomo smise di colpo. Appoggiò il vaso a terra concentrandosi sul fiume e sul sentiero di terra rossa scavato dall’eterno calpestio delle donne che andavano a prendere acqua. Era un’antica via, angusta, e in alcuni tratti inghiottita dalla foresta. Lei sarebbe passata di lì. Non restava che aspettare.
Erano legati da un giuramento che li fondeva con il ruolo che rappresentavano e per il quale erano stati scelti. Erano leggenda, predatori umani.
Raccolsero manciate di melma scura per cospargersela addosso. La poltiglia si mescolava all’odore dei corpi sudati, cancellandolo, e proteggendoli dal tormento di zanzare e sanguisughe.
Scomparvero nella putredine della riva. Soltanto la luce fioca che danzava sulle acque illuminava le loro schiene, ormai trasformate in rocce maleodoranti. Il buio umido nascondeva le forme e l’aria si addensava su Ebola come una carezza materna.

                                                                Tanzania 1996
La donna sollevò la penna stilografica. Aveva finito di copiare le pagine dei suoi diari, riscrivendole e completando a memoria le righe cancellate dagli anni.
Ricordi indelebili.
Shannon Mac Millan non aveva tralasciato nulla della sua vita passata. Rifletté bene. La prima parte del progetto era conclusa, eppure sospirò preoccupata. Guardò i quattro volumi che aveva riscritto. Era tempo di intervenire, subito. Doveva condividere i suoi segreti con qualcuno, anche se temeva per sé e le persone care.
Prima o poi l’avrebbe scoperta. Non le rimaneva più molto tempo. Doveva giocare d’anticipo. I sospetti su suo nipote Patrick erano incalzanti come l’avanzare infido della iena verso la carcassa. Patrick stringeva sempre più il cerchio attorno a Shannon Mac Millan, insensibile al fatto che fosse sua nonna.
Nonostante fosse il figlio di sua figlia, uccisa durante la guerra del Congo, poco o nulla li accomunava. Raccolse i diari dalla scrivania e li legò con una corda, poi assestandosi la chioma bianca prese la carta da lettere.

Cara Sara,
L’ultima volta che abbiamo parlato al telefono ti dissi che andava tutto bene, ma in realtà mentivo per non farti preoccupare. So che sei impegnata nel tuo dottorato di ricerca, ma ormai non posso più tacere certi fatti e ho bisogno di confidarmi con qualcuno. Non posso contare su Patrick. Come sai, è una persona avara di sentimenti e di buoni propositi. Purtroppo la mia vecchiaia mi costringe ad aver bisogno di lui per la gestione della Huti Reserve e dei safari di montagna. Con gli anni ho imparato a conoscere bene tuo cugino e le occasioni per scontrarci non sono mancate. Vuole convincermi a vendere la riserva a un certo David Harrington, per farne un territorio di caccia. Harrington è un uomo molto potente e potrebbe ottenerla con facilità, ma non finché sarò in vita: questa terra è mia, e voglio essere io a decidere cosa farne.
Ma c’è qualcos’altro, qualcosa che non potrei confidare neppure a tua madre. Se mai riuscisse a trovare il tempo per ascoltarmi, non crederebbe comunque alle mie parole: il suo modo di vedere le cose è sempre stato distante dall’Africa e da me. Ha capito però fin da subito che tu avresti amato l’Africa, come io ho sempre fatto. Ha compreso che tu ed io eravamo molto più simili, di quanto non fossimo mai state io e lei. Ed io, attraverso le tue lettere, ho capito che tu potresti essere la persona adatta sulla quale fare affidamento e poi la tua cultura è indispensabile per il problema che devo affrontare. Il tempo è assillante e ho davvero bisogno di un aiuto.
La faccenda è troppo complessa.
Quindi per favore, appena puoi, trova un po’ di spazio per la tua affezionata nonna e vieni a fare un’altra vacanza quaggiù. Io e l’Africa abbiamo voglia di rivederti di nuovo.
Con affetto Shannon

Prese i libri ingialliti e la lettera e con passo deciso si avviò verso la biblioteca.
Era magra, ma il fisico agile come quello di una donna più giovane le risparmiava quasi vent’anni. Solo lo stress di quei giorni sembrava fiaccarla, ma non avrebbe ceduto. Dora sbadigliò, udendo i passi della padrona. Allora alzò la testa con flemma canina, trascinando le orecchie lunghe da bracco. Guaì contenta quando Shannon apparve sulla soglia e accolse ogni carezza con piacere.
«Vecchia birbante, su di te posso sempre contare, vero?»
In salone individuò subito lo spazio lasciato dai volumi di stoffa rossa e li rimise al loro posto, una miriade di venuzze si disegnava sotto la pelle sottile della mano. Quello era il luogo più banale dove nasconderli e quindi forse il più sicuro.
Mimetizzò i volumi tra gli altri girandosi verso la finestra. L’immagine di un pezzo di Tanzania la rassicurò con la bellezza del panorama. Il vento scuoteva le chiome piatte delle acacie sollevando turbini di polvere rossastra tra la vegetazione. La brezza entrò, invadendo la stanza e la donna inspirò l’odore socchiudendo gli occhi. C’era voluto molto tempo per definirlo, ma il sapore dell’Africa aveva raggiunto il suo cuore e la sua mente anni prima, identificandosi tra essenze di fiori e paglia bruciata, sentori pungenti e profumi dolcissimi, mescolati in un misto di fragranze penetranti. La sua terra.
Certe cose non devono cambiare mai.
Si chinò ad accarezzare di nuovo la testa di Dora, vicino a lei.
«Andiamo piccola, affrettiamoci a spedire questa lettera»

 

Crescita batterica veloce.
Le ultime gocce di cloramfenicolo caddero sulla macchiolina bianca al centro della piastra, precise.
Sara osservò perplessa il disco di gel che aveva seminato. I microrganismi avevano sviluppato una colonia evidente anche su quel terreno povero di nutrienti. A quanto pareva, il batterio non era per nulla stressato. La biologa ragionò bene. Anzi da quel che vedeva, doveva essere mutato: la “verruca” rugosa della colonia aveva bordi frastagliati, non era buon segno. Sbuffò, strofinandosi il volto stanco.
Ci mancava solo una mutazione.
I medicinali che stava testando erano della Farmac, ma nessuno di quelli provati, funzionava. Dalle cefalosporine ai derivati delle penicilline.
Non le rimaneva che l’ultima prova: verificare che i chinolonici avessero fatto effetto. Ottimi battericidi artificiali, avevano un meccanismo d’azione del tutto simile a quello degli antibiotici naturali prodotti dalle muffe. Nel corso del tempo erano diventati sempre più efficaci e ora Sara stava testando i migliori, quelli di terza generazione.
Sperò davvero che funzionassero. Depose la piastra nel termostato per far proliferare i batteri a temperatura corporea. Da un ripiano più in basso ne prese un’altra. Quella in cui aveva testato “le armi chimiche”di terza generazione.
Il ceppo mutato le occhieggiò dal basso beffandosi di lei e mostrando la propria forza, incurante dei medicinali con cui era stato bombardato per giorni.
Sentì l’ansia artigliarle la gola. Presa dallo sconforto, Sara richiuse il coperchio e rimise il contenitore nel termostato, osservando il batterio attraverso il vetro.
Immaginò le conseguenze su un organismo umano, incapace di difendersi. I medicinali della potente industria farmaceutica non funzionavano. Nonostante i risultati lampanti, Sara era restia a presentarli al professor Gardini. Temeva che il suo superiore potesse interpretarli come un atto di presunzione, considerando che la sperimentazione era cominciata solo da poche settimane.
Sapeva bene quanto prestigio avesse conferito, non solo al professore, ma anche all’intero Ateneo, la decisione della Farmac di sperimentare i propri prodotti nei laboratori dell’università di Parma. Un risultato negativo precoce avrebbe maldisposto diverse persone.
Sospirò, appoggiandosi un attimo al bancone. Le boccette che contenevano penicilline e chinolonici erano in fila, ordinate, inutili e troppo antiquate per il nuovo batterio e la nuova mutazione. Aspettare ancora?
Gli occhi scuri caddero di nuovo sulle provette che contenevano gli antibiotici inefficaci.
Doveva comunicare la scoperta. Le contestazioni di Gardini erano di secondaria importanza.
Sperò soltanto che la Farmac si affrettasse a finanziare altre ricerche che permettessero all’indagine scientifica di proseguire. Il batterio poteva essere già all’opera, era stato isolato da un ceppo originario che normalmente albergava nell’intestino umano. Era importante arrivare a sapere come si fosse selezionato, ma ancor più lo era capire come intervenire per controllarne la crescita, e a quanto pareva, al momento, non esisteva nulla che potesse farlo.
L’orologio sulla parete segnava mezzogiorno: aveva tempo per un panino, poi avrebbe ripreso con le nuove semine.
Gettò i guanti di lattice nel bidone, slegandosi la coda di capelli scuri. Si tolse il camice e uscì di corsa dal laboratorio. Rallentò solo nel corridoio dove si affacciavano gli uffici. I comportamenti esuberanti all’università non erano ben visti, per cui cercò di apparire il più naturale possibile, mentre proseguiva con calma nel tunnel grigio e freddo che conduceva all’uscita.
«Sara.» la voce rauca di Gardini risuonò nell’edificio silenzioso come un rimbombo dietro di lei. L’idea del panino sfumò, ma non la sua preoccupazione.
«Venga, mi segua per favore» e le fece strada verso il suo ufficio. Appena entrato, appoggiò le cartelle che portava sotto braccio e si sedette dietro la scrivania ordinando alcuni fogli. «Come procede il lavoro?» la bocca priva di labbra come quella di un pesce scattò agli angoli di compiacimento e lei trasalì pensando alla delusione che gli avrebbe dato da lì a poco. Non sapeva che dire, si concentrò sui capelli radi e la ridicola frangetta del professore.
Distrarsi per qualche secondo su un particolare insignificante le avrebbe dato tempo per riflettere, il metodo aveva sempre funzionato durante gli esami accademici, ma in quel momento non riusciva a pensare lucidamente. La fronte ampia era sproporzionata rispetto agli occhi. Una trota o pesce gatto? Non sapeva decidere.
«Dottoressa De Santis, come vanno le prove sui nuovi terreni?» Non la guardava e scartabigliava il contenuto di un cassetto della scrivania. «Nonostante sia presto per dirlo con certezza, c’è qualcosa di nuovo.»
Gardini continuò nell’operazione di riordino come non l’avesse sentita e si piegò più in basso, aprendo un altro cassetto.
«Nuovo?» lo sentì chiedere da sotto.
Gli ingenti finanziamenti ottenuti dalla Farmac avevano fatto sì che Gardini diventasse importante al Dipartimento di Microbiologia e non desiderava rischiare la propria immagine e un sicuro successo, contestando i prodotti di una delle più potenti case farmaceutiche italiane.
Da parte sua la Farmac aveva tutto l’interesse a dimostrare in un campo neutro come l’università, che gli antibiotici dei quali possedeva il brevetto erano efficaci agenti battericidi in grado di spazzare via, nel giro di pochi giorni, tutti i germi per cui erano stati progettati.
Prove negative, vendite ridotte, ingenti perdite di guadagni.
Ma Sara non poteva mentire.
«Pare si sia sviluppata una mutazione nell’ultimo ceppo che ho selezionato, la mutazione è resistente a tutti i farmaci che abbiamo testato.» Attese che il trambusto del cassetto si fermasse. Gardini riapparve da sopra la scrivania con il volto paonazzo. La fissava, la mascella in tensione. I piccoli occhi si chiusero a fessura, osservandola come un disgustoso insetto da schiacciare. «È sicura?»
«Certo.»
«Invece, io credo abbia commesso un errore.» la contraddisse deciso. «Un errore di valutazione.» e si rigirò sulla sedia.
«Nessun errore, le prove sono state ripetute numerose volte dai miei collaboratori, io stessa ho rifatto tutti i test dall’inizio.»
«Un errore di valutazione.» ripeté sordo «Un errore, pensare di venire a riferirmi queste cose inutili.» sospirò.
«Sono convinto che con il tempo capirà che la sua scoperta, diciamo così, non è rilevante per la Farmac.» si alzò, le girò intorno allargandosi lievemente la cravatta. Il caldo era pesante e l’aria condizionata non funzionava bene.
«L’inesperienza e il troppo entusiasmo portano fuori pista a volte, non conducono verso i reali obiettivi.» La guardò allusivo, ma lei puntò gli occhi severa di lui.
«Allora se le cose stanno così, non desidero avere la responsabilità di questi obiettivi.»
«Non dovrà farlo, non si preoccupi. I dati saranno trattati statisticamente e gli estremi verranno eliminati da una semplice deviazione standard assieme ai nostri problemi.»
La sua scoperta portata via dalle elaborazioni numeriche della statistica. Uno scarabocchio su un foglio.
Le incertezze di poco prima scomparvero, lasciando posto a una sordida rabbia, alimentata dall’impotenza della posizione nella quale si trovava.
«Sarebbe grave per la medicina perdere un buon farmaco solo perché potrebbe non agire allo stesso modo in un caso su centomila, anzi, facciamo su un milione. D’altronde sa bene che non tutte le persone reagiscono allo stesso modo, alle cure, e credo sia proprio questo il punto. Il disprezzo di Sara era evidente come il fatto che non avrebbe capitolato alle parole dell’uomo e glielo comunicò senza remore, non le importava mettere a repentaglio la posizione che Gardini si era guadagnato.
«Inoltre spero, si renda conto che sta lavorando soltanto grazie la Farmac e perché io glielo permetto.» la minaccia arrivò assieme al tono conciliante, impossibile da ignorare.
«Cosa intende?»
«Conduca la sua ricerca come le ho detto e non se la prenda troppo per queste sciocchezze. I batteri mutano, lo sappiamo, e noi non possiamo controllare tutte le variabili naturali.»
Variabili. Milioni di persone ammalate, curate inutilmente.
«Professor Gardini, ma noi lavoriamo per curare non per ammalare e non desidero rendermi complice.»
«Lei pensa troppo. Complice, complice di cosa, suvvia sorvoli le sue preoccupazioni e cerchi di capire. Noi aiutiamo a stare meglio, quasi sempre.»
Un silenzio irrespirabile calò tra i due.
«Dunque una ragazza ostinata, ma poco scaltra, se mi è concesso. Non si preoccupi, se non cambierà idea, non dovrà più fare i conti con la sua debole coscienza, sarà sollevata da questo incarico tanto gravoso per lei.» e tornò alla scrivania abbassando gli occhi sulle carte.
Non se ne era quasi accorta, Gardini l’aveva estromessa dal dottorato sul quale aveva puntato ogni energia e attenzione, in un attimo.
Amava talmente il suo lavoro che era arrivata a barattarlo con la vita privata al punto da perdere amicizie e amori.
Ripensò a tutti gli anni di studio e alle intere serate passate sui libri per ottenere la laurea in Microbiologia e Virologia. Anni seguiti da un altro lungo periodo di volontariato presso il dipartimento a ingraziarsi Gardini e cercare di ottenere il dottorato.
Il tempo era scivolato via in uno scorrere metodico di giornate colme d’impegni, scandito solo dal ritmo del lavoro, mentre inevitabilmente i suoi amici e il suo uomo si erano abituati a far a meno della sua compagnia. Rassegnati, non chiedevano neanche più delle sue assenze. Consapevoli dei pochi spazi liberi che lei riservava all’amicizia, si accontentavano di una chiacchierata al telefono. Quante volte avevano insistito perché anche lei uscisse qualche sera con loro?
«Può andare.»
«Non può farlo.» Non riusciva a muoversi e Gardini tornò a guardarla.
«Non posso?» sospirò stirandosi la cravatta «Se non lo farò io, sarà la Farmac a farlo, lei non si rende conto signorina De Santis. Arrivederci.»
La fermò sulla soglia. «Ah, ancora una cosa. Provveda ad eliminare le piastre che stava testando.» e si rilassò appoggiando la schiena alla sedia.
Il sole estivo e l’afa della pianura si mescolavano riempiendo l’aria di foschia. Il vagone del treno era rovente. Seduta, in disparte, Sara teneva lo sguardo fisso sul paesaggio piatto e monotono, come la sua desolazione. Il panino era ancora nella borsa. La fame brontolava e si mescolava alla sensazione di vuoto. Caldo e rabbia non facevano altro che aggravare il suo stato d’animo.
Una mattinata colma di eventi troppo veloci. Una carriera compromessa. Senza appoggio e finanziamenti non avrebbe potuto condurre le ricerche da nessun’altra parte. E comunque Gardini avrebbe fatto muro, confutando ogni sua pubblicazione, forte dell’appoggio della Farmac.
Le prospettive di divenire una ricercatrice autonoma erano lontane dalle sue possibilità. Era avvilita.
Pensò ad Alec. Un rapporto di tre anni, affondato nel gelo dell’indifferenza, senza più parole e complicità.
Aveva sostituito emozioni e sentimenti con la passione per il lavoro tanto da diventare tollerante al disinteresse del suo uomo. Si erano allontanati lentamente, giorno dopo giorno.
Poco alla volta.
Sentì un bisogno folle di parlargli. Era Mercoledì: Alec insegnava all’università di Milano solo la mattina. Forse poteva essere l’occasione giusta per rivedersi.
Quando il treno arrivò, volle prendersi una pausa per distrarsi e si concesse un giro tra le bancarelle del mercato.
Proseguì oltre, sotto la volta dei portici. L’ombra calò su di lei, mentre il profumo del pane e delle pizze appena sfornate invadeva lo spazio davanti al fornaio.
Poco più in là intravide una bancarella diversa dalle altre, ricolma di vasetti colorati, cuscini e saponette; tra un paio di grasse statue rappresentanti Buddha, vide un quadretto di legno. Raffigurava alcuni galeoni con le vele spiegate illuminate dal sole. Non esitò e non contrattò il prezzo.
Alec amava le immagini ingiallite raffiguranti il mare, con dettagli minuscoli e particolari illeggibili. Lo avrebbe apprezzato da buon esperto che era di simbologia ed epigrafia. Sara non aveva mai smesso di ammirarlo, anche se ricordò di aver accolto con distacco il suo incarico per il Vaticano e di aver partecipato poco quando lo avevano scelto tra una schiera di professori per la traduzione di alcuni scritti sacri del cristianesimo.
Doveva affrontarlo, fare chiarezza sul loro rapporto, sul loro silenzio, anche se era tardi.
Aprì la porta di casa.
«Alec?»
Gettò lo sguardo a sinistra e vide le chiavi dell’auto appese alla parete. La valigetta nera, a terra.
Era in anticipo.
Provò una strana emozione e chissà perché ricordò il loro primo incontro all’università, l’incrociarsi degli sguardi lungo il corridoio. Sfilò il regalo dalla borsa e si diresse in salotto.
Aprì di colpo la porta della sala. «Ho trovato una cosa carina, per te.»
«Sara?» Alec era in piedi e al suo fianco c’era una donna. La ragazza bionda armeggiava impacciata, in tutta fretta con i bottoni della camicetta candida. Il viso arrossato e il trucco sbavato non lasciavano dubbi. Lui, con i capelli scompigliati, rigido, al suo fianco non respirava, colto ancora dalla sorpresa. Entrambi sull’attenti.
«Sara» abbassò le spalle afflitto.
Il quadretto di legno cadde a terra e lei corse fuori dalla stanza.
«Sara» la inseguì. La raggiunse nello studio. La trovò in piedi, di fronte alla libreria e gli dava le spalle. Cercò di ricomporsi passando le mani tra i capelli. Non avrebbe mai voluto ferirla, non avrebbe mai voluto. Non a quel modo.
Lei si girò fissandolo in silenzio. Tremava.
Alec decise che la cosa migliore da fare era stare in silenzio e aspettare che parlasse per prima.
«Come hai potuto?»
«Ascolta, so a cosa pensi, ma lei non significa niente.»
«E se avesse significato qualcosa, avrebbe fatto qualche differenza?»
«Sì, una differenza enorme.» era fermo sulla porta e il tono apatico non nascondeva la rassegnazione di fondo «Ti avrei lasciata.» I capelli scuri ancora spettinati gli circondavano il volto serio e gli occhi verdi non lasciavano dubbi sulla sincerità delle parole.
«Come siamo finiti?» e indicò gli scaffali stracolmi di libri di scienze «Conta più quella roba di noi.»
Sara singhiozzava, incapace di ribattere. Alec si avvicinò e le toccò il braccio.
«Cosa ci è successo» le sfiorò il volto, provando un dolore lancinante al torace, ma lei si ritrasse, rifiutando la carezza.
«Non credo riuscirò mai a perdonarti.» per lei ogni possibilità di dialogo era sfiorita, si vedeva, e non avrebbe mai ammesso la sua parte di colpa in quel momento delicato.
Il rumore della porta che sbatteva spezzò definitivamente il flebile contatto tra i due. La bionda se ne era andata. I suoi passi, veloci e furtivi risuonarono nel vialetto facendosi udire fino all’ultimo, oltraggiosi.
«Non ce la faccio, me ne vado.»
«Sara, non fare così.»
Gli istanti sembrarono dilatarsi, poi Sara si mosse senza dire una parola e uscì.
Raggiunse la camera, svuotò meccanicamente l’armadio dai vestiti, a mucchio, e li gettò dentro due valigie. Sarebbe ripassata a prendere i libri una volta che lui non fosse stato a casa. Doveva mettere distanza tra loro, voleva dileguarsi, nascondersi da qualche parte, sola con se stessa.
Si affrettò nel corridoio e, arrivata alla porta d’ingresso, urtò il contenitore vicino al telefono gettandolo a terra. La posta si sparse. Una lettera con francobollo tanzaniano catturò la sua attenzione. La infilò nella borsetta e uscì trascinandosi il carico di valigie dietro.

Guardalo su Amazon.

EBOLA LE ORIGINI – MORENA AGUZZOLI